Concerti, scoppia il fenomeno dei vip package

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Anche in Italia si sta diffondendo sempre di più il modello americano del vip package.
L’esperienza del pubblico durante i concerti viene frazionata in “pacchetti”, dotati di diversi benefit a seconda della fascia di prezzo. Vale davvero la pena di affrontare questa spesa? Soprattutto, cosa cambia?

Insieme al biglietto per il concerto si possono acquistare pacchetti che comprendono diverse opzioni: dal “posto in prima fila” all’incontro con l’artista nel backstage.

I bonus più frequenti

Dalle soluzioni “superlusso” che si aggirano sui 1000 euro (come il Welcome to the jungle Ultimate Package dei Guns N’ Roses o l’Ultimate Backstage Pack di Lady Gaga) a un ricarico più contenuto di 100 o 200 euro, i vip pack cercano di invogliare il pubblico con contenuti premium.
Normalmente si tratta di merchandise esclusivo (come poster, magliette o biglietti laminati), servizi di catering per fare spuntini o addirittura cene prima dello show, oppure dell’accesso ad aree privilegiate.
Altre volte si è scelto di includere nel prezzo anche il contatto diretto con l’artista, che nei meet & greet si rende disponibile per autografi o foto.

Un fenomeno in crescita

La formula del vip pack sta diventando uno standard per tutti gli spettacoli dal vivo: un esempio è l’offerta vip del Roberto Bolle & Friends, che per la serata di Firenze offre in combinazione con un biglietto per il primo settore anche una visita guidata ai luoghi d’arte limitrofi a Piazza S.S. Annunziata, un buffet e un carnet di ingressi e riduzioni per mostre e musei valido fino al mese successivo. Un’ottima soluzione per legare la danza al turismo d’arte e che – quantomeno – non incide troppo sull’esperienza degli spettatori “ordinari”.

Un dibattito ancora in corso

Alcuni fan sono effettivamente contenti di potersi sentire “speciali” e ritengono che spendere di più per i concerti sia un modo per sostenere gli artisti, soprattutto nell’era dello streaming in cui i cd sono diventati obsoleti. Le voci contrarie ritengono che si tratti di rivendere a prezzi gonfiati esperienze che una volta si conquistavano con la dedizione o un pizzico di fortuna (come la prima fila, l’autografo o persino un abbraccio), finendo per creare suddivisioni sgradevoli. Opinione condivisa anche da alcuni addetti ai lavori, come il manager di Ed SheeranStuart Camp, fortemente contrario ai meet & greet a pagamento, o il promoter Claudio Trotta della Barley Arts.

L’altro lato della barricata

Il rovescio della medaglia è che chi non può o non vuole avvalersi della formula “vip” viene penalizzato su più fronti, dalla riduzione degli spazi alla minore offerta di servizi a disposizione. L’introduzione di aree transennate a beneficio esclusivo degli spettatori vip o semi-vip (le famigerate “aree pit” o “gold circle”) è particolarmente controversa.
Nei casi peggiori chi si trova nelle retrovie è costretto ad osservare, più che a partecipare, cercando di seguire il flusso dai megaschermi che riprendono un po’ gli artisti e un po’ i fan dell’area privilegiata, come se si stesse guardando il concerto da casa su YouTube.
Prevedere aree “gold” troppo grandi (o troppo costose) diventa un rischio anche per gli organizzatori, che potrebbero non riuscire a riempirle e trovarsi con imbarazzanti spazi vuoti.
Qualche volta anche gli artisti si dimostrano insofferenti alle “recinzioni”. È successo a Madrid al concerto dei Queens of the Stone Age, dove il cantante si è lanciato in una filippica contro la security e ha incitato i fan a mescolarsi liberamente: “altrimenti non siete altro che animali addomesticati”.

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